15.9.06

una nebulosa...



amartya sen ha scritto un libro su multiculturalismo e identità sociale. due parole complicate.

identità: cosa è che rende un popolo tale? cosa ne costituisce le caratteristiche che lo descrivono?

multiculturalismo: è questa una parola che significa “assenza di identità”?

parlare dell’identità di un popolo è una delle cose più difficili per l’uomo, tant’è vero che la faccenda, per molti secoli, è stata liquidata decidendo che l’identità era data dalla religione. cristiani vs. infedeli.

poi la cosa è cambiata e sono cominciate a nascere le (pericolose, almeno nella loro evoluzione finale) identità nazionali.

infine, come se la storia andasse, come dice eco, a passo di gambero, negli ultimi anni siamo ripiombati nella più bieca ricerca di un’identità legata alla religione. cristianesimo vs. islam vs. ebraismo.

questo, secondo me, perché ha cominciato a farsi spazio il multiculturalismo, come se quest’ultimo fosse la negazione dell’identità. e quindi, fa paura. love vs. fear, come l’insegnante fanatica in donnie darko. bene vs. male.

la questione si complica.

e se il multiculturalismo fosse una nuova identità?

e se le identità nazionali, burocratiche e iperregolate, si stessero evolvendo indipendentemente dalla politica partendo da un movimento che nasce dal basso? come se tutto fosse spinto da milioni di microidentità sociali?

tutto questo preambolo di pseudofilosofia sociale spiccia di basso livello è per raccontare una cosa.

abbiamo vissuto in una casa erasmus per circa 2 settimane. cioè casa nostra è diventata una specie di comunità internazionale che ha ospitato gente di diverso genere.

vale ha vissuto con un gruppo di orribili teatranti per 45 giorni.

l’esperienza, la vita insieme, il divertimento comune, talvolta la sofferenza hanno generato un’identità di gruppo fortissima assolutamente indipendente dalla provenienza geografica, culturale o religiosa. certo, erano solo 15. però, dal micro al macro.

come se in realtà l’identità si fosse formata grazie alle relazioni sociali, umane tra loro.

come quando succedeva che al liceo andavi in inghilterra per imparare l’inglese (e scopare – io, combinato quasi nulla, altri, si…) e alla fine del mese in cui stavi a contatto con le stesse persone ti sembrava di lasciare per sempre un tuo parente caro.

forse sono puttanate. e io sono strenuamente contro l’idea di una comune sessantottina in cui vivere.
ma invece mi piace pensare che ci sia una forza micro, che va molto più veloce di quella macro, come se considerassimo la meccanica quantistica e l’astrofisica, come se considerassimo la cosa più piccola che si può immaginare che si muove alla velocità della luce, che forse ha anche un movimento indeterminato, ma che genera energia e si relaziona con tutto quello che le sta attorno. un’evoluzione sociale micro molto più veloce di quella macro, fondata sulle relazioni con le persone. una nebulosa stellare di intrecci relazionali al di fuori del controllo dello stato. una specie di roba anarchica e indeterminata, che spinge da sotto, dalle viscere l’evoluzione umana. d'altronde mi è sempre piaciuto il micro.


beppe grillo (un comico!) dice che noi siamo molto più avanti della politica. è vero.

che minchia di post retorico ho scritto. mi è venuto il diabete. spero non ci siano commenti.


ps. sto lavorando a un nuovo progetto. radio 2morrowland, una radio online gestita da me medesimo. vi terrò aggiornati. (sempre che qualcuno legga ancora).

4 commenti:

giugigno ha detto...

Identita'...

Noi economisti, con il nostro rasoi occamista, abbiamo una teoria dei clubs, dei gruppi, delle sette. Quello che tiene i clubs uniti, la loro forza coesiva, sono i vantaggi (non necessariamente monetari, ma psicologici, morali, etc.) che gli aderenti ottengono dall' appartenervi.

Chiaramente -- e qui vado di trade-offs -- ci sono due forze contrapposte: da una parte la numerosita' del gruppo aumenta la probabilita' di ricevere un vantaggio, dall'altra diluisce il senso di identita' e mette a rischio l'esistenza stassa del gruppo.

Chiaramente -- e ci risiamo! -- esiste un equilibrio, un numero ottimale di aderenti. Teoria vuole che, in stasi (il famoso steady-state), il numero dei clubs e dei loro appartenenti sia in perfetto equilibrio. In realta', cosi' come nei mercati finanziari i prezzi raramente riflettono davvero i fondamentali economici, cosi' il numero degli aderenti ai clubs non e' in equilibrio. I membri o crescono a dismisura, e il club muore per annacquata identita'; o decrescono fino a far venire meno il ruolo del club medesimo.

Vista in questa maniera, l'identita' e' al centro di un meccanismo dinamico. Quello che e' difficile spiegare e' perche' si passi -- gamberescamente -- da identita' nazionali (regionali, locali, etc.) a identita' religiose e viceversa.

O, forse, le identita' in un mondo globale riflettono le diverse aspirazioni e tendenze dei popoli (della gente qui e' piu' corretto). Il multiculturalismo e' una forma di identita' (di club) molto esclusiva. Non perche' snob o elitista, ma perche' club che richiede conoscenze non alla portata delle periferie del mondo.

La religione, la bandiera offrono un rifugio a portata di tutti. Chiaramente, essendo a portata di tutti, la Religione non rappresenta Una identita', ma le religioni (o le identita' nazionali, regionali, locali, i padani, l'MPA, etc.), le sette, etc. etc.

Chissa'.....Identita' come frutto dell' inequaglianza....periferia contro il centro.

Sono le 7:27PM. Qui in California e It's understood that Hollywood sells Californication



Mi piace l'idea della radio.

Saluti.

max ha detto...

gli economisti hanno sempre un modello, una teoria per tutto...quella dei club è una teoria razionale, interessante, statisticamente testabile, econometricamente misurabile.
io parlo di un'altra cosa, forse più hippie.
la religione non è un'identità, secondo me, perchè è accessibile a tutti.la religione è un'identità imposta dal modello sociale di una società.
l'identità multiculturale non è secondo me un'identità elitaria. anzi, è una cosa che viene dal basso.
esempio: un padano, ne conosco, odia gli immigrati, come categoria razionale. se quel padano lo metti in un contesto in cui può relazionarsi veramente con degli immigrati, ne diventerà amico, se la relazione, a prescindere dall'estrazione culturale/religiosa/sociale, funzionerà. e la relazione funziona, se funziona, a prescindere dai modelli.
la stessa cosa vale per un cubano o per un cingalese che, nei loro paesi, vengono facilmente a contatto con il multiculturalismo. mi azzardo a dire che la periferia ha meno sovrastruttura culturale e più facilmente accetta il multiculturalismo come identità.
siamo noi occidentali, come i paesi islamici fondamentalisti, come israele che, per paura di un crollo dei sistemi di controllo religioso (e politico), abbiamo dall'alto imposte delle regole. potrei citare anche la questione israelo-palestinese, ma entrerei troppo nel dettaglio.
quindi mi fermo, per non razionalizzare troppo, ancora una volta.
ciao giugigno, figlio della nuova babilonia!

giugigno ha detto...

<<
un padano, ne conosco, odia gli immigrati, come categoria razionale. se quel padano lo metti in un contesto in cui può relazionarsi veramente con degli immigrati, ne diventerà amico, se la relazione, a prescindere dall'estrazione culturale/religiosa/sociale, funzionerà. e la relazione funziona, se funziona, a prescindere dai modelli.
>>

Si, padano e immigrato formeranno un club......da cui trarranno vantaggi.

max ha detto...

come sei...utilitaristico...