30.9.08

control

è il maggio del 1980 quando ian curtis si impicca in casa sua lasciando moglie, figlia e amante, oltre a una pletora di fan che sarebbero cresciuti esponenzialmente nel corso del decennio che stava incominciando.

control racconta la storia, breve, di ian curtis, morto a 23 anni suicida. e lo fa come se fosse una jam session dei joy division, con la stessa freddezza apparente, con lo stesso ritmo lancinante, con le stesse parole di solitudine.

dal matrimonio con debbie ai concerti di david bowie e dei sex pistols, dalla formazione dei warsaw che poi diventeranno joy division, ai primi fallimentari concerti, all'epilessia, dalla relazione di ic con annik, fino all'epilogo, il film segue e racconta in un bianco e nero espressionista l'evoluzione del protagonista e del gruppo.

quello che colpisce di più è la bravura del regista nel raffreddare le immagini esattamente come è fredda la musica. i personaggi si muovono nel vuoto, i dialoghi sono minimi, la musica rimbomba come se fosse sempre suonata in uno spazio chiuso e claustrofobico. esattamente come i dischi dei joy division: ritmi e chitarre gelide, voce ultratombale (ic adorava jim morrison), semplicità disarmante delle melodie, implosione.

ed esattamente come la musica dei joy division, tutto questo gelo nasconde sotto di sè la forza, l'energia, la comunicatività di mille vulcani che scoppiano: gli attacchi di chitarra più coinvolgenti della storia della musica, una voce che ti spacca la testa, una ritmica lancinante che rompe tutte le barriere emozionali e fa uscire "fuori controllo". così nel film, il raffreddamento narrativo nasconde la incredibile passione, il romanticismo, l'incapacità di rapporto con le donne che hanno portato ic alla depressione e poi alla follia, fino ad arrivare al suicidio.

passioni fortissime per una donna che è moglie, madre e badante e rappresenta per lui il luogo comodo e protetto in cui rifugiarsi, e un'altra che è amore, sesso, coinvolgimento emotivo. lasciare moglie e figlia non se ne parla, significherebbe cominciare un percorso sconosciuto che ic non è in grado di affrontare. e dunque il tentativo, impossibile, di reprimere, schiacciare, dimenticare, rimuovere che lo condurranno all'aggravarsi dell'epilessia (che viene incredibilmente fuori nei suoi movimenti sul palcoscenico, isterici e così "anni 80") e poi alla follia.

inutile che io ricordi qui l'importanza di un gruppo come i joy division che alla fine degli anni 70 diedero il via al fenomeno post-punk, mischiando appunto il punk con il glam: finiti i sex pistols, i joy division prendono quella musicalità e la fanno diventare seminale e implosiva incominciando, con soli due dischi, la svolta che porterà allo sviluppo della musica inglese anni 80.

senza joy division non sarebbero mai esistiti i cure, gli u2, i depeche mode, gli smiths e morrisey, i sisters of mercy, siouxsie, molta dell'elettronica anni 80, tutto il fenomeno dark e gothic, per arrivare ai giorni nostri a gruppi straordinari come mogwai, junior boys, interpol...

ic è morto nel maggio del 1980 a soli 23 anni nella fredda provincia di manchester, impiccato. lascia una moglie, una figlia e un'amante, e un segno indelebile nella storia della musica.


28.9.08

46

la piega di una moto arriva intorno ai 30°, e al gran premio di motegi, in giappone, questa mattina alle 6.30 ora italiana, quei 30° si ripetevano molte volte lungo tutto il percorso che, nella sua curva più difficile porta moto e piloti a shock di velocità, passando dai 290 km/h ai circa 70 km/h in staccata. così come in tutti gli sport ad alto livello, anche nel motociclismo le differenze tra una moto e l'altra sono di un tale dettaglio che chi ne sta fuori non può fare altro che immaginarle. durante il mondiale 2008 che sta terminando, il gioco è stato giocato dalle minime differenze tra casey stoner e valentino rossi, che hanno determinato un solco (relativamente alle piccole differenza che citavo) tra loro e le altre moto e piloti.

piccole differenze, dicevamo. come in pulp fiction, quando vincent torna da amsterdam e racconta al suo compare le piccole differenze tra europa e stati uniti: "sai come chiamano un quarto di manzo col formaggio a parigi? royale col formaggio...", così i due hanno avuto paradossalmente quasi la stessa moto sotto il sedere, ma con alcune differenze. la desmosedici va fortissimo in rettilineo ma spesso si imbizzarisce sul misto, la m1 è solida e valentio la guida con eleganza. cs è apparentemente gelido e determinato, mostra in realtà difficoltà di concentrazione sotto pressione, sotto la pressione di valentino, che non fa altro che avvicinarsi a lui, da dietro, a 300 km/h, a meno di 20 cm. valentino allegrone simpaticone, è in realtà un cinico, privo di insicurezze alla guida, dotato di un talento che equivale circa a quello che era micheal jordan per il basket dei primi anni 90, molto superiore a tutti gli altri.


con quel viso da ragazzino dispettoso, valentino ci si è costruito l'immagine, che poi probabilmente è la sua originale. quella immagine è stata fortemente messa in discussione negli ultimi 2 anni dalle difficoltà in pista e fuori dalla pista.

oggi, quel viso non era più quello di quel ragazzino. era quello di un uomo, emozionato e fragile come non lo avevamo mai visto, che ha fatto i conti con la sua vita e il suo talento. è la prima volta che valentino vince un mondiale con una reale "fatica", lavorando ogni giorno su se stesso e sulla moto, sulla sua vita pubblica e privata. l'alieno rimane tale, ma è come se la sua dimensione personale si fosse fusa con il suo talento sovrumano sulle moto e gli abbia fatto fare un salto di qualità soprattutto personale, perchè per quanto riguarda la bravura, nessuno aveva mai messo in discussione nulla.

e allora, quel viso, per la prima volta veramente fragile ed emozionato, gli fa vincere secondo me il suo mondiale più bello. l'ottavo, nel 2008, più o meno alle 8 di mattina ora italiana. i cinesi dicono che l'8 porta fortuna, e forse questa sincronizzazione di numeri 8 ha fatto sincronizzare qualcosa nel pensiero di valentino, che si propone ora come un uomo nuovo. dal ragazzino mezzo ubriaco dopo la prima vittoria mondiale in 125 a quello che ho visto oggi a motegi, sono passati molti anni. ogni mondiale è stato entusiasmante, ognuno con delle piccole differenze, quest'ultimo è il più umano e il più credibile dal punto di vista del "campione valentino". come se si fossero riattaccati i cocci con l'attack, come se i pezzi del puzzle della vita, privata e professionale, di valentino, fossero tornati al loro posto, ma senza aria di restaurazione, in modo nuovo, per proporre una nuova immagine di sè.

scusate il ritardo, dice la maglietta che ha indossato oggi dopo la gara. tranquillo vale, ti abbiamo aspettato, ma ne è valsa la pena.

23.9.08

informazione camorrista

e poi dicono che l'alitalia fallisce, che ci sono 20.000 lavoratori per strada, che quell'urlo di liberazione dei dipendenti alitalia è stato una vergogna, ecc.

e poi dicono che la gelmini è una dura, che rovina la scuola, che il voto in condotta, che il grembiule, che i libri, che il maestro unico, ecc.

e poi dicono che la finanza è fallita, che fra poco spariranno le banche, che siamo alla crisi del 29, che è bene non tenere soldi liquidi, ecc.

e ancora dicono che il pd cresce, che il governo è allo sbando mentre ha il consenso del 60% degli italiani, che faranno opposizione dura in parlamento, che siamo in una democrazia e non in un regime.

va bene tutto. e quando parlano della strage di castel volturno?

in maniera sconsiderata, gli organi di informazione hanno completamente trascurato una delle più violente stragi di camorra degli ultimi 10 anni. è una mossa politica. si parla di tutto, ma non di quello che veramente è il nodo del nostro paese. cioè, che siamo nelle mani della malavita organizzata.

il povero saviano, ormai inchiodato dal suo stesso successo a vivere recluso, non può fare altro che scrivere più che può, sceneggiare film, adattare per il teatro. ma la battaglia, quella vera alla cultura del malaffare, quando si fa? quando il governo, i governi, si decideranno a obbligare per lo meno la tv di stato a occuparsi in maniera approfondita di mafia e camorra?

non c'è più differenza tra l'isola dei famosi, amici, porta a porta e ballarò, matrix e il grande fratello.

la camorra è come il teatro, come l'opera lirica, una parte fondante della cultura italiana: serve per far fare film a garrone, per vincere premi, per esportare film all'estero. l'estetica dell'italia di sciuscià e di roma città aperta è quella vincente per l'estero. i bambini che giocano a piedi nudi per le strade di palermo come nel dopoguerra, i ragazzetti che spacciano nei quartieri spagnoli, le bande di sicari che uccidono a casal di principe. estetica dello spettacolo. estetica cinematografica. affari e finanza. niente di giusto per la tv e i giornali. stereotipo dell'italia. va bene a tutti. va bene ai politici collusi, a chi fa affari, al cinema e alla cultura. perchè sradicarlo, questo utile stereotipo, che ci fa essere così simpatici e terzomondisti?

ormai risale a un anno fa il servizio delle iene che peraltro non parla di camorra, ma di saviano. nel frattempo è arrivato un nuovo governo e la situazione è sempre la stessa.

sembra ormai che possa succedere qualunque cosa: possono levarci ogni diritto, parlarci di qualunque cosa, levarci la scuola, e noi siamo contenti, come delle pasque. contenti. meno male che silvio c'è.

a quando una vera battaglia informativa contro la camorra? sono troppo ottimista.


18.9.08

we shall overcome


la partita di ieri sera è stata una sofferenza. lo zenit aveva maglie chiuse, gioco corto, velocità, fisico. noi ben messi in campo, ma facilmente impigliabili nella rete dei russi, soprattutto dalla bravura di un paio di loro.

sofferenza. emozione.


dopo l'inferno della b, e un anno inaspettato come quello dell'anno scorso, in europa torniamo a farci rispettare.


mancano le geometrie di zanetti. manca la velocità e la creatività di camoranesi, da quando esce. ma abbiamo una forza di volontà da grande squadra. e abbiamo alessandro del piero, che sembra rinato da tre anni a questa parte.


una grande partita, un grande risultato. e ora, si può fare meglio. poulsen ancora non lo ho capito, de ceglie è un buon giocatore, possiamo fare sempre meglio.

grazie ragazzi.

16.9.08

regime totalitario


non mi piace parlare di politica.

anzi, non mi piace più parlare di politica. e ieri sera ne ho avuto ulteriore conferma.

qualcuno ha visto silvio a porta a porta, con la neo miss italia che dice quanto gli piace il maestro unico e la vezzali che lo elogia in maniera plateale, giocando, tra le altre cose, con un fioretto.


non c'è opposizione.


silvio ha oltre il 60% dei consensi dei cittadini.

i ministri piacciono e il governo tiene alla grande. alle prossime europee il pdl stravincerà, e alle amministrative pure.
forse sbaglio io. forse silvio è veramente quello di cui questo paese ha bisogno. o meglio, si merita.

nel frattempo, nessuna prospettiva, nessuna speranza. stiamo lentamente scivolando nell'eutanasia di un paese che ormai consente che il sindaco della capitale e il ministro della difesa mettano in discussione i principi di base della democrazia. siamo in recessione economica conclamata. non si sa dove stiamo andando dal punto di vista finanziario e lavorare è diventato impossibile.

e tutto questo con dolcezza, con il consenso, senza opposizione.


forse sbaglio io. dovrei mettermi a fare il fioretto.

15.9.08

david foster wallace


david foster wallace è stato trovato impiccato in casa sua e a me è venuto un gran mal di pancia. io non credo a queste supposizioni cabalistiche per cui ci sono persone legate da un filo invisibile, come dissero per lady diana e madre teresa di calcutta. però io sono un fan sfegatato di quello che è secondo me uno dei più grandi scrittori contemporanei, e mi piace pensare che il mal di stomaco che mi pereguita me lo abbia lasciato la sua morte così giovane e inaspettata.

un giorno di molti anni fa ho conosciuto la scrittura di dfw in una raccolta di racconti, la ragazza dai capelli strani (girl with curious hair), e non l'ho capita. non capivo nulla di quelle frasi paraboliche, con una sintassi da mal di testa, un uso delle parole così puntuale e preciso, una ricerca della descrizione dettagliata allo stesso tempo surreale e iperrealistica.

poi, dopo qualche anno, riprendendola in mano ho cominciato a seguire quel flusso di scrittura joyceiano, e ci sono entrato dentro, scoprendo la sua ironia, prima di tutto, e la sua cultura. allora dopo lrdcs, mi sono buttato su brevi interviste con uomini schifosi e poi una cosa divertente che non farò mai più, oblio.

leggere dfw significa entrare in un mondo assurdo di divertimento e dramma. lo ho sempre immaginato come un uomo di una simpatia incredibile, uno con il quale parlare di qualunque cosa, uno che sapeva tutto di tutto.

ha scritto racconti, romanzi, romanzi brevi, saggi di letteratura, saggi di matematica, reportage per riviste su porno, fiere di paese, viaggi assurdi, critica letteraria, articoli sul tennis (da piccolo faceva tornei juniores e tutt'ora è un buon tennista), filosofia.


tutto ciò lo aveva portato a scrivere infinite jest, inavvicinabile tomo da oltre 1.500 pagine, che raccoglie la summa di tutto il suo pensiero. circa 100 pagine sono di note.

l'uso delle note che fa dfw non fa che arricchire il racconto di informazioni apparentemente inutili, ma divertenti, complete che regalano dettagli sulle caratteristche della narrazione. narrazione, quella di dfw, che non può che essere definita anti-narrativa, perchè molto ricercata, poco discorsiva, molto letteraria, incredibilmente tecnica.

la mollo qui, perchè mi dispiace aver perso un talento, un modello per chi scrive. e non so cosa dire. mi fa troppo male la pancia.

13.9.08

la versione di edo - seconda parte

continua...

Abbiamo fatto i bagagli, in mano la nostra ricevuta di affitto dell’automobile. Speriamo vada tutto bene… qualche giorno prima, tipo il 9, avevamo deciso di anticipare la presa: dal 13 al 12 agosto. Ci presentiamo armati delle migliori intenzioni nell’ufficio National, facciamo la nostra brava codina e inizia il seguente dialogo fra noi (E&M) e l’impiegato (IM).

IM: buongiorno, benvenuti alla National car rental. Vi ricordiamo che la nostra compagnia è finalizzata esclusivamente alla soddisfazione del cliente. Sono Pinco Pallina, in cosa posso esservi utile?

E&M: buongiorno, abbiamo la prenotazione xy. Sarebbe possibile anticiparla dal 13 al 12 agosto?

IM: si, immagino di si.

E&M: noi siamo sicuri di volerlo fare, possiamo farlo oggi? Il nostro numero di prenotazione è xy.

IM: non c’è problema, venite il giorno prima ed aggiorniamo la prenotazione. Però potete anche presentarvi il 12. Ma se venite l’11 è meglio. Comunque non ci sono problemi.

IM sorride, non guarda la prenotazione e non controlla al pc.

E&M: allora non ci sono problemi, veniamo il 12 e la macchina c’è.

IM: si, però se venite prima è meglio… non ce ne è bisogno, ma è meglio.

Ci manca un po’ la burocrazia assurda e maleducata dell’Italia. Questa è impermeabile alla discussione, ma cortese. Non si può neanche passare alla fase pietosa (per favore, faccia uno sforzo, tengo famiglia…)… te la prendi e basta. Comunque Massimo va in sbattimento… ripete come un ossesso “esenoncèlamacchina? esenoncèlamacchina? esenoncèlamacchina? esenoncèlamacchina?” per tre giorni, sostituendo la sua angoscia intestinale con quella dell’autonomia in mobilità. Ogni giorno si presenta alla National come un fedele a chiedere la grazia a Padre Pio. Ad ogni buon conto la macchina c’è. Si parte. Le balle si parte. Da che parte usciamo da Montreal? Prima tappa dopo 150 metri: da un distributore si cerca una sorta di mappa. Ok, all done, here we go. Inizia la vacanza alla Toni, alla Thelma e Luise, Easy Rider, Born to run… avremmo scoperto assomigliare più a Ciccio e Franco, Gigi e Andrea che a Stursky e Hutch. Ma la strada è nostra. Il giro lo leggete sui post più puntuali e dettagliati di Massimo, di seguito solo una breve descrizione a spunti, assolutamente decontestualizzati e non consequenziali delle 2 settimane.

Gli Italiani in Canada.

Doverosa distinzione fra gli stanziali e i turisti. I primi sono giovani coppie, acculturate e di cui andare sostanzialmente fieri. Oppure lavoratori di buon livello. I secondi sono o coppia di maschi avventurieri che capiscono, o capiranno, di non essere nel posto giusto per una vacanza da raccontare al bar, o sistemi di coppie che si danno un tono.

In natura, gli animali si raggruppano lungo corsi d’acqua o presso disponibilità alimentari. Gli italiani all’estero, tramontata la moda degli Hard Rock Cafè, si concentrano negli Starbucks (provenienza centro nord ) e negli Apple Store (provenienza centro sud).

Starbucks in Italia non c’è, portarne a casa un feticcio promuove nella gerarchia sociale del milanese. Giusto per non perdere nessuna opportunità, infischiandosene del fuso orario, l’homo brianzholus si piazza nel tavolinetto ad angolo, dove l’acustica sarà migliore, e si attacca al telefono:

“ehi, giangi, sono il pillo… tutto regolare?? La patti?? Bene… siete in Costa? No, la umbi è per mall, io sono qui allo starbacs, mi guardo le meil qui è tutto in uaifai.. tu sei a Santa? Il teo? È al forte? No, tranquo, me la godo qui allo star, mi bevo un americano, regolare.. si il ueder è so end so… ma io quando piove me ne vengo qui allo star.. tè capì?” e a loop per altre 3 o 4 telefonate.

Il negozio Apple è il tempio dei tech victims.. il lancio dell’iPhone ha fatto il resto. Segue scena dal vivo.

“a nandoooo!!! Chestaiffà? Sto ar negozio eppol, che se lo vede er gufo spanza di invidia.. na forza, io ne pijo tre o quattro… che s’è ripreso er pupetto? E speriamo che non attacca ‘a febre a scianel anche… na figata cià pure l’aipodde dentro.. ma taddei gioca contro l’admira wacker? Ce stappure giallo ahò.. si, ce sta… di un po’?” e via, alternando partecipazione sulle vicende giallorosse a entusiastiche descrizioni di merchandising del sig. Jobb.

Le strade del Canada.

Splendide, ferocemente limitate, larghe, frequentate da personaggi assurdi. Ragazzine psicopatiche che gestiscono pompe di benzina, roulotte semipermamenti retti da lesbicone barbute nella vendita di preoccupanti hot dog a biker sessantenni. Mall con supermercati di dentiere, cappelle di soul saving, pollo fritto ovunque.

I motel.

Abbiamo visto di tutto. A Quebecville dopo essere stati rimbalzati dalla trilogia Marriott, Holyday inn, Sheraton, seduco un gibbone vestito da concierge nell’indicarmi il quartiere dei Motel. Uno dopo l’altro, aguzziamo gli occhi (!!): sold out, sold out, sold out, sold out, sold out, vacant, sold out… ferma cazzo, torna indietro… uno è libero. Chissà perché.. sarà che ha un cortile che ricorda a me la periferia di Puerto Plata e a Massimo quella di Nairobi? O il gestore con la faccia spiritata da reduce un po’ suonato da troppa morfina? O la moglie che a gambe larghe beve birra e butta le lattine sotto un dondolo anni 70? O forse un po’ di tutto questo..

A baie saint paul ce ne tocca uno tutto un fiocco, un cuoricino e una colomba dipinta.. depliant di romantici itinerari per la luna di miele perfetta.. Vogliamo due letti separati… ci prendono per una coppia in crisi, ma tanto carina… mista… un olandese e un messicano… con aria complice la gestora ci ricorda essere un posto tranquillo. I nostri vicini si risparmiano un’uscita a doppia coppia.

Le nostre gite.

Continuo lo scenario già delineato. È realmente un mistero. Pur non essendo due atleti, siamo comunque maschi, sani, giovani, senza patologie manifeste. È imperscrutabile che a fronte dei nostri sforzi, siamo stati realmente doppiati sui sentieri dalle babinette in infradito, dai papà con un neonato in uno zaino blindato di ghisa, da anziani alloventilati, coppie di settantenni in mocassini e bastone.. ebbene, tutte le categorie socialmente deboli ci superavano in tranquillità mentre noi ci concentravamo sulla nostra cadenza di passi e ritmo cardiaco. Dobbiamo lavorarci.

Le donne.

Non che avessimo tutte queste aspettative. Certo che un buco nero del genere non era assolutamente in preventivo… capisco la dieta turbocalorica, capisco il clima che impone isolante naturale, capisco il look americano… ma a questi livelli di aberrazione non eravamo preparati. Ora si spiega perché con i locali siano indietro di 20 anni… tanto chi ci porti? O perché non esistano le marche italiane: Armani venderebbe 2 pantaloni al semestre, e poi se ne pentirebbe.

Consigli per gli acquisti.

Andateci prima che potete, portatevi abbigliamento a strati, non ordinate più di un piatto al ristorante, mettetevi l’anima in pace per il caffè e la pioggia, lasciate a casa il costume da bagno, prenotate la macchina dall’Italia, volate air canada, non chiedete eccezioni a un regolamento pur se elementare come quello degli ostelli, non fumate, ripassate il francese, preparatevi a bicchieroni di acqua ghiacciata, non lanciatevi in battute di spirito, allenatevi prima di partire, rinunciate allo shopping, astenersi allergici a pollo ed a salsa barbecue, non guidate come in Italia.

Quebec, je me souviens.

11.9.08

la giornata internazionale dell'aereo

proclamerei l'11 settembre giornata internazionale degli aerei.


nel 2001, sappiamo cosa è successo in questa giornata incredibile. da quel momento il mio terrore per gli aerei è aumentato a dismisura. ad ogni piccolo vuoto d'aria immagino il volo che si schianta a velocità pazzesca contro il suolo. a ogni rumore, guardo le ali, i motori per capire cosa diavolo stia succedendo, pensandoli in fiamme. a ogni suono, vedo dentro la mia testa la hostess che esce come una furia dal suo bugigattolo in testa all'aereo con al collo il salvagente.

oggi ho volato da venezia a roma, e ho cercato di non pensare che era l'11 settembre. ma non ce l'ho fatta.

davanti a me era seduto un nigeriano che sicuramente era un terrorista che lotta contro le compagnie petrolifere americane e italiane che sfruttano il suo paese. nel suo zaino sono certo che c'era un ak47.

c'era anche un imam, sul volo di questa mattina. non ho potuto fare a meno di squadrarlo per 30 minuti per capire se fosse imbottito di una cintura di nitroglicerina. oppure che nelle mutande del bambino che era con lui non ci fosse un sensore che attivava le bombe attentamente posizionate nel bagaglio imbarcato nella stiva. vedevo già l'aereo sventrato e il vuoto sotto di me.

in realtà, appena dopo il decollo, in cui ho sentito carrello che si bloccava e ci costringeva a un atterraggio di emergenza in cui saremmo morti tutti, mi sono addormentato come un bambino di 2 anni, e mi sono svegliato appena in tempo per l'atterraggio a roma, nel quale ero certo che i freni non avrebbero funzionato e ci saremmo distrutti contro un aereo in decollo...

vabbè, le mie paranoie da 11 settembre le ho sempre.

la verità è che oggi, 11 settembre, teoricamente si dovrebbe chiudere la questione alitalia, un pasticciaccio all'italiana, fatto come sempre tra gruppetti di amici, in barba a mezza legislazione italiana, principi antitrust, ordinamento europeo, criteri di mercato che dovrebbero essere la bandiera di questo governo.

io spero, con tutto il cuore, che alitalia fallisca una volta per tutte. così capiremo cosa vogliano dire una volta per tutte 20.000 lavoratori senza posto di lavoro, privilegi, giochetti e acrobazie politiche e sindacali.

10.9.08

la versione di edo - prima parte


come promesso, ecco la versione di edo. ho scelto una foto in cui edo dà il meglio di sè.

Ci sono appuntamenti fissi nella vita di ognuno. Capitano però così, all’improvviso e senza una previsione: sai che prima o poi accadono, basta saper aspettare. Per quanto mi riguarda, sono le vacanze col Monaci. Una costante è che siamo solo io e lui, ne consegue che le rispettive fidanzate per una ragione o per l’altra ci mollano come pacchi. Inizia con un capodanno in montagna da me nel lontano 1995, prosegue con Berlino estate 2002, ad oggi si aggiorna con Agosto 2008. lui almeno ha nobilissime giustificazioni: crisi esistenziali, impegni di lavoro, cataclismi transazionali. A me semplicemente smettono di chiamare. In tale contesto iniziano i nostri contatti a fine Luglio. Tramontata l’ipotesi di raggiungere un mio amico napoletano trasferitosi a Pukhet, decidiamo al telefono, sull’asse telefonico Milano- Roma, che il Canada merita una visita.

L’appuntamento è a Cadorna, armati di biglietti e bagagli, una sana dote di incoscienza, tanto entusiasmo e un budget approssimativo. Non iniziamo benissimo: mi preoccupo immediatamente del suo abbigliamento, specialmente del capitolo calzature. Tralasciando commenti su quel che resta delle sue Munich, mi soffermo sul sandalo da olandese sfigatissimo e sugli scarponcini: feticci senza i quali, il nostro non si sente in vacanza. Perderò su entrambi i fronti, pur ammettendo che i Birkenstock non ci accompagneranno mai oltre le mura domestiche. Ma questo è un risultato a consuntivo. Ciò detto, si parte. Prima tappa: Francoforte, durata soggiorno: 4 ore. Eterne. Il Monaci dopo due inizia a perdere la luce dell’intelletto e si fotografa le scarpe, sé stesso a sua insaputa, la gente che dorme abbandonata fra cassonetti e gates. A dio piacendo ci imbarchiamo. Seconda tappa: Halifax. La città ci accoglie con una pioggerellina pettegola e acidula, ottima compagna di un aeroporto in costruzione, fra scheletri di cemento e poliziotti enormi. In taxi raggiungiamo l’accomodation preventivamente individuato. Inizio a capire che il mio trolley non sarà il massimo della vita. Le scale del Commons Inn sono irte e sottili, la camera asfissiante di moquette e spazi angusti. Ma va benissimo. Scoprirò avere un’ottima acustica nel diffondere il respiro del Nostro, mentre dorme imitando un orso in preda alle convulsioni. Ad Halifax c’è poco o nulla: bandiere dei pirati, un porto, una rassegna di artisti di strada. Iniziamo ad assaporare la delicata cucina yankee-canadese, fatta di improbabili salse, fritti e osceni caffè. Sicuramente non il massimo per chi è partito dall’Italia con una situazione intestinale tranquilla come la situazione politica in Afganistan, e si cura assumendo antibiotici prescritti via sms tramite un farmacista di Palermo. Stranamente sopravvive, così da essere anche lui parte attiva nell’attuazione del nostro piano: affittare un’automobile direzione san Lorenzo, Quebeq City, Montreal.

Dovevamo capirlo subito. È una città di sfigati. Ma evidentemente è di moda andare ad Halifax ed affittare macchine. E noi non lo sapevamo. In tutta la Nuova Scozia e financo nel New Brunswich non se ne parla. Ed è stato un bene: non avremmo potuto uscire dalla provincia. Per loro è come se avessimo voluto contrabbandarla in Messico, farcirla di dollari e dirigerci in Colombia. Va bene. Sappiamo affrontare i problemi: la pianificazione bisettimanale è andata a zoccole dopo 24 ore; a nulla valgono gli occhi dolci di Massimo verso la signorina alla concierge, nessuno può aiutarci. Valutiamo altre ipotesi: treno fino a Montreal (250 euroni a testa, un tempo indefinito), pullman fino a un punto variabile (e poi?). decidiamo di omaggiare la Air Canada e voliamo a Montreal.

Terza tappa: Montreal. Il nostro soggiorno stanziale più lungo, una città accogliente, per nulla discreta, che ottimizza i pochi mesi in cui si può stare in superficie. È agosto ma fa freddo. Io non levo mai le calze, Massimo mai il maglione, per lo meno dalla vita. Gli autoctoni sfoggiano bermuda ed infradito, con la determinazione dei parvenu nel mondo dell’estate. È agosto per tutti santo cielo. Molto è già stato scritto sulla città: mi fido dei resoconti. Qualcosa di Parigi, Milano, New York, Gassino, Bogotà… un coacervo di sensazioni, odori, cucine e lingue. Froci e punk, business people e clochard, cinesi e colored. Accumunati da un perbenismo peloso e una sommaria indifferenza. Little Italy è un pianto, Chinatown un casino, i quartieri gay troppo gay (e noi due non passiamo del tutto inosservati), la metropolitana è un mondo a sé, saint denis molto romantica, mont royal molto turistica, il nostro ostello molto inospitale. Delle camere ho già letto, non ho trovato invece nulla circa il nostro ospite. Eravamo in un micro appartamento con una living room in comune, bagno in comune e tre camerette. Fra la mia e quella di Massimo ce ne era un’altra. L’avventore non è mai uscito per 2 giorni, guardava un sacco di dvd al pc e si muoveva senza far rumore. Quando se ne è andato, con nostro sommo disappunto non c’erano né segni di sangue sui muri, né pezzi di carne. Solo cartacce di patatine. Io e Massimo per un giorno e mezzo non ci siamo visti, comunicando tramite biglietti sotto la porta o messaggi. Appuntamenti fissi erano le cene a base di cesar salad e acqua devastata dal ghiaccio. A cena guardiamo sempre un po’ di Olimpiadi, che a causa del fuso, propongono solo le piscine. Ci facciamo una cultura in merito alle diversi discipline: farfalla, misto, staffetta, dorso… niente calcio, basket, pista. Ogni tanto ci piazziamo in un internet point. L’Italia è uscita col Belgio, la Juve ha in Poulsen il nuovo fabbro di centrocampo, la Russia ha invaso la Georgia, Berlusconi attacca i giudici, Fassino e Rutelli litigano con Prodi, Montreal è in rivolta. Un momento. Apprendiamo che in un quartiere a nord ci sono tafferugli fra polizia e dimostranti dopo alcuni incidenti in cui ha perso la vita un ragazzo. Sembra Belfast, speriamo che mamma non sia raggiunta dalla notizia. Non lo sarà. L’avvenimento è che affittiamo la macchina. Lasciamo a Montreal il rimpianto di non viverci, la pioggia intermittente, violenta e gelida, un sole che in pochi minuti cercava di compensare la sua assenza. L’unico posto in cui abbiamo fatto un po’ di clubbing serale, prima di trasformarci, ma ancora non lo sapevamo, in due candide zitelle che avrebbero fatto l’itinerario classico da coppietta in luna di miele, fra cuscini a forma di cuore, bomboniere con le colombe e zanzare agguerrite come gringos. Ma di questo parleremo più avanti.

3.9.08

la canzone dell'estate 2008

senza tanti preamboli, che già ho fatto nel post dell'anno scorso, ci ritroviamo ancora una volta a votare per la canzone dell'estate, sebbene in lutto per la mancanza del festivalbar.

seguiamo fondamentalmente le tracce che dà radio deejay, che, insieme a mtv, detta i gusti degli italiani.

devo dire la qualità media dei pezzi è lievemente più alta dell'anno scorso, anche se il tutto rimane mediocre. dal punto di vista di "sistema italia" non c'è dubbio che la vincitrice della canzone dell'estate 2008 sia giusy ferreri con non ti scordar mai di me. vediamo se il blog confermerà questa vittoria.

mi limito a elencare, con commento, i pezzi più ascoltati, e poi, la mia dichiarazione di voto.

giusy ferreri - non ti scordar mai di me: partiamo dalla vincitrice; amy winehouse dei poveri, base copiata da back to black proprio di aw, voce fastidiosamente sguaiata, pezzo scritto da tiziano ferro, quindi testo a tratti incomprensibile. pessimo.

madonna - give it 2 me: bel sound impostato da pharrel, bel ritmo, ottimi suoni coatto-techno, madonna non ne sbaglia quasi mai una. dal vivo è inguardabile, ma i pezzi alla fine spaccano.

negramaro - via le mani dagli occhi: irritanti come al solito, il cantante è diventato già, come pelù e il liga, la macchietta di se stesso, con l'aggravante che sto pezzo dice solo VIA tutto il tempo, incredibile. andate via voi.

jovanotti - safari: parole a caso e suono alla u2 ultima maniera rendono questo pezzo inascoltabile. sarà copiato anche questo come a te? chi lo sa, quello che è certo è che gli elenchi di jovanotti hanno parecchio scassato le palle.

sam sparro - black and gold: inno estivo della comunità gay, il pezzo mette insieme delle sonorità interessanti con qualche concessione di troppo al pop. non è il peggio che si è sentito quest'estate.

coldplay - viva la vida: erano partiti bene, i coldplay. sembravano essere interpreti di una corrente emo-pop interessante, alcuni pezzi di parachutes e di a rush of blood sono molto belli. questa roba che tirano fuori per l'estate è imbarazzante.

fabri fibra - in italia: la nannini non c'entra nulla, e infatti nel disco non c'è, ma il pezzo non è malissimo. elenco alla jovanotti, ma con un minimo di senso. bel suono aggressivo.

marracash - badabum cha cha: zarro rapper della periferia milanese (credo, rappano tutti uguali...), molto pop e poco interessante, ha dei bei bassi.

sergio mendes ft. will i am - funky bahia: la musica sudamericana è splendida quando è suonata bene. il pezzo di sm è così ripetitivo e formale che dà i nervi dopo un secondo che si ascolta. terribile.

estelle ft. kanye west - american boy: un altro pezzo pop non orribile, con un sound europeo un po' house orecchiabile, con tocco all'americana. kanye west mi sta molto simpatico.

il liga e vasco: non so neanche i titoli delle canzoni, ma sappiamo di cosa stiamo parlando; sono 15 anni che fanno sempre lo stesso pezzo, una via di mezzo tra pop estivo e canzoni da stadio. almeno scrivessero i cori per le curve...

il mio pezzo dell'estate sarebbe pump up the jam dei lost fingers, ma per votare all'italiana, voto madonna. give it 2 me è buono, e ti viene comunque da ballarlo di brutto.


la versione di massimo - un po' di quebec


abbiamo una macchina, una dodge con il cambio automatico. è un chiodo, ma è sufficiente per farci scorrazzare in giro per il quebec per qualche giorno.

primo obiettivo, quebec city, poi, un po’ di parchi.

man mano che ci allontaniamo, le stazioni della radio diventano drammaticamente più francesi.

l’illusione di montreal multiculturale finisce. in quebec parlano francese, e basta. e pure un francese intransigente, difficile, sboccato, ruvido. contadino. insomma non si capisce un cazzo. edino imperterrito continua a parlare a tutti in inglese, cocciuto come un mulo. soprattutto chiede espressi da tutte le parti. la brodaglia sporca che ci spacciano per caffè peggiora mano a mano che saliamo verso nord.

l’autostrada comoda ci porta verso quebec city in un tempo breve. naturalmente la nostra scelta radicale di non prenotare nulla ci fa perdere un botto di tempo per trovare un tetto sotto cui riparare le nostre stanche membra.

quebec city è la città più antica del canada e una delle più antiche di tutta l’america del nord. quest’anno “compie” 400 anni dalla sua fondazione, e centinaia di festeggiamenti sono previsti per tutto l’anno. mentre noi siamo in quebec, celine dion canterà in un concerto gratuito dove sono previste oltre 150.000 persone.

la città alta e la città bassa sono carine. stradine quasi medievali, bei palazzi antichi, molto verde, molti parchi, una posizione meravigliosa sul san lorenzo. il problema è il turismo, che ha reso la città una specie di disneyland. giriamo un po’ dappertutto, ma la cosa più positiva che troviamo è un ristorante dove davvero sembra di essere in europa. abituati al cibo nordamericano di montreal, arrivare qui e mangiare il fegato con cipolle e lo stufato ci sembra il paradiso. a un prezzo sensato.

quello che è insensato è che dormiamo in un motel che neanche hitchcock avrebbe immaginato più inquietante. una specie di energumeno, che parla una lingua incomprensibile, probabilmente aliena, ci accompagna in una deliziosa stanza numero 13, moquette, insegna al neon rossa che brilla. un luogo per puttane.

scappiamo da quebec city, un po’ delusi.

risaliamo il san lorenzo sulla costa occidentale, e arrivamo nella zona detta charlevoix. montagne, prati verdi, laghi e fiumiciattoli. sembra di stare in svizzera.

secondo motel a baie saint-paul. molto meglio del primo però. e finalmente un parco. il parc des grands jardins. subito programmiamo: giornata di trekking e giornata di kayak. brokeback mountain, detta anche, per gli esperti, “vacanza alla toni”. non ci facciamo prendere dalla passione campeggiati su una tana di puzzole.

montiamo: edo jeans con cintura svariata con bandiere del mondo, maglietta fred perry, ma poi sostanzialmente torso nudo, gilerino di montone e cappello da cowboy; io giacca jeans a carne con inserti in pelle scura, bolas al collo su petto nudo.

a parte gli scherzi, ci spacchiamo il culo per 5km in scalata per arrivare in cima a un monte. con il kayak non ci ribaltiamo nelle rapide, ma poco ci manca.

edo vaga alla ricerca di un espresso, e finalmente sembra aver trovato il suo posto ideale. ordina un “moka”. come è noto, non molti ristoranti in italia fanno il caffè con la moka, forse uno a napoli, forse uno a milano. ma qui, a baie saint paul lo fanno. chissà perchè...naturalmente il sogno di edo si infrange contro un bicchierone di vetro stracolmo di latte montato e nescafè. neanche un tedesco si beve quella roba. grande edo.

ulteriore viaggione in macchina per il fiordo del sanguenay. ci aspettiamo alci a nastro, orsi a nastro, marmotte a nastro, castori a nastro.

arriviamo ad anse saint jean mentre michael phelps sta vincendo la sua settima medaglia, eguagliando mark spitz. un ragazzino vagamente deformato con un busto sproporzionato rispetto al resto del corpo, delle braccione lunghe lunghe e le orecchie a sventola. è questo mp, quando sua mamma lo manda a fare nuoto per risolvere un problema di concentrazione che ha da quando è piccolo. ora quel ragazzo è considerato il miglior atleta olimpionico di tutti i tempi. quel tuffo da delfino, quelle braccia come pinne, quel fisico incredibile gli fanno polverizzare tutti i record e vincere ben 8 medaglie d’oro. il migliore.

noi siamo ad anse saint jean, e parliamo di phelps, ce lo vediamo anche in quella casetta degli orsetti del cuore in cui stiamo, ospiti di una coppia di simpatici vecchierelli. ma anche di juve, parliamo. anzi molto di juve. mentre ci arrampichiamo su per una nuova montagna come dei perfetti esperti di trekking francesi o australiani, con tanto di scarponcini, zaino con acqua, ecc., un paio di bambine di 8 anni con ai piedi delle infradito ci superano canticchiando e giocando a rincorrersi. mi comincio a deprimere. ma edo mi tira su subito su il morale cominciando a elencare i migliori cori da stadio juventini. e uno mi rimane impresso come una poesia imparata alle elementari. con acume poetico e grande visione artistica, i tifosi juventini non riescono a stare lontani dalla loro squadra del cuore, e per questo intonano:

da napoli a brescia

da roma a milano

in tutti gli stadi noi siamo

magicaaaa juveeee

io senza te

non so stare

ày ày yayày

maaaagiiica juveeeee

resiste il mio cuore lontano da te

soltanto se penso alla FIGA

la camminata, i ragazzini in infradito che ci superano mentre scaliamo sotto la pioggia con una fatica titanica la montagna sul fiordo...ma quando iniziamo a cantare l’inno da stadio, ci si ritempra il cuore. come starà amauri con del piero? meglio poulsen o xabi alonso per l’economia delle squadra? secondo me arriviamo ancora terzi, dietro a inter e roma...

comunque, il sanguenay è strepitoso, anche se a malapena vediamo una puzzola e uno scoiattolo. alci e orsi si nascondono nella foresta per il caldo e a noi non resta che immaginarli e guardarli sui cartelli stradali che avvertono di invasioni stradali da parte degli animali.

l’ultimo tratto di strada che ci riporta verso sud è molto lungo ma molto bello. laghi e foreste. in autunno gli alberi che ora sono verdissimi, si tingono di rosso, arancione, marrone e regalano, ci raccontano, spettacoli stupefacenti. già così, tutto verde, il panorama è stupendo. la radio quebecchese è tragica. solo musica anni 80, solo i love rock ‘n roll, solo shout dei tears for fears. come cazzo fanno? a un certo punto però, viene fuori una roba strana. sono dei tizi che con delle chitarre acustiche coverizzano pump up the jam dei technotronics, gruppo cult dei primi 90, inventore della moderna musica techno. minchia che strani. carini però. poi si ripiomba su livin’ on a prayer di bon jovi, cazzo, per l’ottava volta.

scegliamo trois rivierès come ultima tappa prima del ritorno ad halifax.

trois rivières non è male, ma c’è solo una strada con un minimo di vita umana. un raduno di motociclisti ravviva con il rombo del motore il mortorio di città. dopo l’ennesima bistecca e petto di pollo, sentiamo arrivare da un locale della musica dal vivo e ci piazziamo fuori. c’è molta gente in delirio. chiccheriamo, e intanto ascoltiamo questi qui che suonano jazz. piano piano ci rendiamo conto che stanno facendo in versione jazz roba tipo you shook me all night long degli ac/dc, billie jean di micheal jackson, insomma tutte le canzoni che vanno di più in quebec, indietro di tipo 20 anni. aguzziamo le orecchie e capiamo che sono gli stessi musicisti che coverizzano pump up the jam. entriamo. degli orsi femmina si dimenano in pista da ballo e puntano edo con occhi assassini.

questi tizi si chiamano lost fingers e sono i campioni di vendite dell’estate quebecchese. più di madonna, più dei coldplay e di altri. un dei giusy ferreri canadesi. i lost fingers suonano due chitarre acustiche e un contrabbasso, sembrano i gatti degli aristogatti quando romeo porta i gattini a sentire la musica, creano un’atmosfera da cartone animato, suonano benissimo e sono divertenti come quel film d’animazione, appuntamento a belleville (les triplettes de belleville) che peraltro citano esplicitamente. insomma, questi 3 simpatici quebecchesi vendono tantissimo, prendono in giro (ma contemporaneamente ci credono) i miti anni 80 (sarà questa la chiave? i quebecchesi, con quello spirito simpaticone e chiaccherone, prendono in giro i loro stessi miti? è per questo che si sente solo quella musica lì?).

soddisfatti, chiudiamo l’esperienza a trois rivières con la seconda grande profezia di edo: “no max, a trois rivières non piove”. un istante dopo, un diluvio universale manda in black out la cittadina. edo, cristo, stai zitto.

siamo arrivati, per chi ha avuto la pazienza di seguirci fino a qui, alla fine del racconto.

torniamo a montreal, prendiamo un aereo e ci ricacciamo a halifax.

halifax mostra ancora di più il suo lato grunge, al nostro ritorno, piratesco, celtico. zuppa di aragosta in pub, hamburger e un duo chitarra, violino e voce nella migliore tradizione celtica.

matthias steiner vince la medaglia d’oro nel sollevamento pesi sollevando un peso abnorme che mai aveva sollevato prima. lo aveva promesso alla moglie, quest’oro, dopo che lei era scomparsa in un incidente stradale. steiner piange e si porta la foto della moglie sul podio. io mi metto a piangere.

halifax è fredda e a sto punto non vediamo l’ora di salire sul nostro aereo per mangiarci un’altra insalata con il gel.

ps. ah già, le foto...eccole qui, e anche nella colonna dei link.


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1.9.08

ken lee


mi ricorda i bei tempi della gialappa's, quando sottotitolavano salvatore del primo grande fratello che cantava...mi ricorda alcune grandi performance della corrida di corrado....un x-factor bulgaro degno di aldo giovanni e giacomo dei tempi d'oro...ricorda l'incredibile chacarron macaron...ve la butto lì...straordinario successo sul web...da ammazzarsi dalle risate, ma dovete sentirla tutta.

la versione di massimo - montreal, quebec (reprise)



dopo lo shock di ev live (che ancora non supero...ho trovato una foto del suo concerto solo, qui sopra!), cerco di riprendermi e di raccontare ancora qualche pensiero su montreal, provando a non ripetermi e a riannodare i fili con il post precedente.

si diceva di musica anni 80, di rafani, di nightclubbing e cultura.

montreal è tutto questo, comprese le donne rafano.

nella vecchia montreal si inseguono gallerie d’arte all’avanguardia; la più interessante, per me, è quella di yves laroche. uno stanzone in un palazzo antico mostra soprattutto lavori di pittura contemporanea di artisti stravaganti. costosi, ma belli. belle le pubblicazioni.

il museo di arte contemporanea ci invita per la triennale di arte contemporanea quebecchese. non male. soprattutto il lavoro di emanuel licha mi colpisce: semplice, diretto, violento, un turista di guerra (progetto war tourist) gira con telecamerina digitale per raccontare i disastri di guerre, scontri, e anche catastrofi naturali peggiorate dall’uomo (katrina).

basta cultura.

ci rimpinziamo di pollo alla griglia, pancakes al mirtillo, alla ricerca di caffè espresso, o meglio fatto con la moka, ma è per ora impossibile. andare a zonzo per montreal è affascinante: la petite italie, con i bar sport uguali a quelli paesani italiani, la vista da mont royal...

un fiorellino di uomo, affascinanto dallo charme latino di edo, ci trova la macchina, finalmente, per partire per la nostra “avventura” nel resto del quebec, così si avvicina l’addio a montreal. convinco il mio compare a una ultima serata, ma questa volta grunge, metallica, rock ‘n roll, nel cuore alternative di montreal. ci infiliamo in questo locale, les foufounes electriques (le chiappe elettriche...sarà mica un locale gay...). età media, 15. eppure bevono, e non potrebbero. ci sono i controlli, ma li aggirano. pienissimo di gente. alle pareti manifesti di concerti punk di ogni genere.

una tossica mi si avvicina: “hai della coca, dell’extasy?”. io mi fumo una sigaretta, e le dico di no. ecco, in questo tempio della “trasgressione” adolescenziale, ci proiettiamo nella zona di musica a palla e ballo, e cosa mette il dj? ac/dc, la isla bonita, i love rock ‘n roll, ecc...come alla festa anni 80 dell’altra sera. i dubbi aumentano. ma com’è che questi ascoltano e si esaltano solo con sta musica qui?

la mattina presto, ci presentiamo dal fiorellino e ci prendiamo la macchina. partiamo, per risalire il san lorenzo.

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