10.9.08

la versione di edo - prima parte


come promesso, ecco la versione di edo. ho scelto una foto in cui edo dà il meglio di sè.

Ci sono appuntamenti fissi nella vita di ognuno. Capitano però così, all’improvviso e senza una previsione: sai che prima o poi accadono, basta saper aspettare. Per quanto mi riguarda, sono le vacanze col Monaci. Una costante è che siamo solo io e lui, ne consegue che le rispettive fidanzate per una ragione o per l’altra ci mollano come pacchi. Inizia con un capodanno in montagna da me nel lontano 1995, prosegue con Berlino estate 2002, ad oggi si aggiorna con Agosto 2008. lui almeno ha nobilissime giustificazioni: crisi esistenziali, impegni di lavoro, cataclismi transazionali. A me semplicemente smettono di chiamare. In tale contesto iniziano i nostri contatti a fine Luglio. Tramontata l’ipotesi di raggiungere un mio amico napoletano trasferitosi a Pukhet, decidiamo al telefono, sull’asse telefonico Milano- Roma, che il Canada merita una visita.

L’appuntamento è a Cadorna, armati di biglietti e bagagli, una sana dote di incoscienza, tanto entusiasmo e un budget approssimativo. Non iniziamo benissimo: mi preoccupo immediatamente del suo abbigliamento, specialmente del capitolo calzature. Tralasciando commenti su quel che resta delle sue Munich, mi soffermo sul sandalo da olandese sfigatissimo e sugli scarponcini: feticci senza i quali, il nostro non si sente in vacanza. Perderò su entrambi i fronti, pur ammettendo che i Birkenstock non ci accompagneranno mai oltre le mura domestiche. Ma questo è un risultato a consuntivo. Ciò detto, si parte. Prima tappa: Francoforte, durata soggiorno: 4 ore. Eterne. Il Monaci dopo due inizia a perdere la luce dell’intelletto e si fotografa le scarpe, sé stesso a sua insaputa, la gente che dorme abbandonata fra cassonetti e gates. A dio piacendo ci imbarchiamo. Seconda tappa: Halifax. La città ci accoglie con una pioggerellina pettegola e acidula, ottima compagna di un aeroporto in costruzione, fra scheletri di cemento e poliziotti enormi. In taxi raggiungiamo l’accomodation preventivamente individuato. Inizio a capire che il mio trolley non sarà il massimo della vita. Le scale del Commons Inn sono irte e sottili, la camera asfissiante di moquette e spazi angusti. Ma va benissimo. Scoprirò avere un’ottima acustica nel diffondere il respiro del Nostro, mentre dorme imitando un orso in preda alle convulsioni. Ad Halifax c’è poco o nulla: bandiere dei pirati, un porto, una rassegna di artisti di strada. Iniziamo ad assaporare la delicata cucina yankee-canadese, fatta di improbabili salse, fritti e osceni caffè. Sicuramente non il massimo per chi è partito dall’Italia con una situazione intestinale tranquilla come la situazione politica in Afganistan, e si cura assumendo antibiotici prescritti via sms tramite un farmacista di Palermo. Stranamente sopravvive, così da essere anche lui parte attiva nell’attuazione del nostro piano: affittare un’automobile direzione san Lorenzo, Quebeq City, Montreal.

Dovevamo capirlo subito. È una città di sfigati. Ma evidentemente è di moda andare ad Halifax ed affittare macchine. E noi non lo sapevamo. In tutta la Nuova Scozia e financo nel New Brunswich non se ne parla. Ed è stato un bene: non avremmo potuto uscire dalla provincia. Per loro è come se avessimo voluto contrabbandarla in Messico, farcirla di dollari e dirigerci in Colombia. Va bene. Sappiamo affrontare i problemi: la pianificazione bisettimanale è andata a zoccole dopo 24 ore; a nulla valgono gli occhi dolci di Massimo verso la signorina alla concierge, nessuno può aiutarci. Valutiamo altre ipotesi: treno fino a Montreal (250 euroni a testa, un tempo indefinito), pullman fino a un punto variabile (e poi?). decidiamo di omaggiare la Air Canada e voliamo a Montreal.

Terza tappa: Montreal. Il nostro soggiorno stanziale più lungo, una città accogliente, per nulla discreta, che ottimizza i pochi mesi in cui si può stare in superficie. È agosto ma fa freddo. Io non levo mai le calze, Massimo mai il maglione, per lo meno dalla vita. Gli autoctoni sfoggiano bermuda ed infradito, con la determinazione dei parvenu nel mondo dell’estate. È agosto per tutti santo cielo. Molto è già stato scritto sulla città: mi fido dei resoconti. Qualcosa di Parigi, Milano, New York, Gassino, Bogotà… un coacervo di sensazioni, odori, cucine e lingue. Froci e punk, business people e clochard, cinesi e colored. Accumunati da un perbenismo peloso e una sommaria indifferenza. Little Italy è un pianto, Chinatown un casino, i quartieri gay troppo gay (e noi due non passiamo del tutto inosservati), la metropolitana è un mondo a sé, saint denis molto romantica, mont royal molto turistica, il nostro ostello molto inospitale. Delle camere ho già letto, non ho trovato invece nulla circa il nostro ospite. Eravamo in un micro appartamento con una living room in comune, bagno in comune e tre camerette. Fra la mia e quella di Massimo ce ne era un’altra. L’avventore non è mai uscito per 2 giorni, guardava un sacco di dvd al pc e si muoveva senza far rumore. Quando se ne è andato, con nostro sommo disappunto non c’erano né segni di sangue sui muri, né pezzi di carne. Solo cartacce di patatine. Io e Massimo per un giorno e mezzo non ci siamo visti, comunicando tramite biglietti sotto la porta o messaggi. Appuntamenti fissi erano le cene a base di cesar salad e acqua devastata dal ghiaccio. A cena guardiamo sempre un po’ di Olimpiadi, che a causa del fuso, propongono solo le piscine. Ci facciamo una cultura in merito alle diversi discipline: farfalla, misto, staffetta, dorso… niente calcio, basket, pista. Ogni tanto ci piazziamo in un internet point. L’Italia è uscita col Belgio, la Juve ha in Poulsen il nuovo fabbro di centrocampo, la Russia ha invaso la Georgia, Berlusconi attacca i giudici, Fassino e Rutelli litigano con Prodi, Montreal è in rivolta. Un momento. Apprendiamo che in un quartiere a nord ci sono tafferugli fra polizia e dimostranti dopo alcuni incidenti in cui ha perso la vita un ragazzo. Sembra Belfast, speriamo che mamma non sia raggiunta dalla notizia. Non lo sarà. L’avvenimento è che affittiamo la macchina. Lasciamo a Montreal il rimpianto di non viverci, la pioggia intermittente, violenta e gelida, un sole che in pochi minuti cercava di compensare la sua assenza. L’unico posto in cui abbiamo fatto un po’ di clubbing serale, prima di trasformarci, ma ancora non lo sapevamo, in due candide zitelle che avrebbero fatto l’itinerario classico da coppietta in luna di miele, fra cuscini a forma di cuore, bomboniere con le colombe e zanzare agguerrite come gringos. Ma di questo parleremo più avanti.

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